venerdì 4 ottobre 2019

Recensione: "The Chain" - Adrian McKinty

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Titolo: "The Chain"

Autore: Adrian McKinty

Editore:Longanesi



Cosa è disposta a fare una madre pur di salvare il proprio figlio?
Tutto.
Una madre farebbe di tutto, anche andare contro i propri princìpi e valori morali, o almeno è quello che accade a Rachel, la protagonista di questo thriller, quando la sua vita viene stravolta dalla chiamata di un utente sconosciuto che le comunica con voce alterata, gelida e arrogante che la sua unica figlia Kylie è stata rapita. Una telefonata che nessuno genitore vorrebbe ricevere. Un'esperienza che devasta l'anima, un dolore immenso e ingestibile che sale dalle viscere sconvolgendo ogni cellula del poprio corpo. L'istinto materno si attiva, il dolore si tramuta in rabbia e in quella forza che porta a fare qualsiasi cosa pur di riabbriacciare la propria figlia, e Rachel è disposta a tutto, così, ascolta scrupolosamente le regole che le vengono impartite per riavere sua figlia sana e salva a casa. Le regole dovranno essere seguite in maniera precisa e perfetta, ogni minimo sbaglio comporterebbe una punzione esemplare e...mortale.
Chi ha rapito Kylie?
La Catena. Un meccanismo che vive e si alimenta della disperazione delle persone, sfruttando l'amore che provano per i propri familiari portandoli a fare ciò che vogliono in cambio di denaro, tenendoli legati a sé per sempre.
Cosa dovrà fare Rachel per salvare sua figlia?
Rapire a sua volta un altro bambino e tenerlo in ostaggio, fino a quando i genitori non pagheranno il riscatto e così via in un circolo vizioso senza fine, o quasi. Beh ogni meccanismo ha il suo punto debole e scoprirlo vuol dire spezzare la catena ponendo fine a rampimenti insensati, ma non sarò io a svelarlo, a questo ci penserà Rachel o voi lettori se deciderete di continuare la lettura del libro. Lettura che personalmente non mi sento di consigliarvi per una serie di motivi, che piano piano cercherò di spiegarvi in questa recensione.
Le prime venti pagine, ad essere sinceri, sono coinvolgenti, piene di pathos e creano quel senso di ansia che incolla letteralmente alle pagine del libro. Le frasi sono brevi e ad effetto, inserite all'interno di capitoli altrettanto brevi che tengono con il fiato sospeso, ma superate le venti pagine tutto si sgonfia come un palloncino bucato e la storia si perde in situazioni poco credibili.
Un libro indicato come thriller dell'anno si rivela, invece, come un testo infarcito di luoghi comuni, stereotipi, situazioni assurde che non aderiscono alla realtà, atteggiamenti contrastanti dei personaggi, temi accennati e mai affrontati in maniera seria e approfondita, costruzione psicologica dei personaggi inesistente etc., ma andiamo con ordine e analizziamo le cose.
Adrian McKinty ha adottato uno stile narrativo minimalista, forse troppo, utilizzando frasi brevi che però non tengono il ritmo fino alla fine della storia. Lo stile breve e stringato non permette di analizzare nulla, solo di sorvolare superficialmente su avvenimenti e tematiche limitandosi ad elencarli e adattandoli allo stile narrativo serrato, ma non tutto può essere narrato e affrontato in questo modo. Per alcuni argomenti ci vuole più attenzione, e analizzarli in maniera approfondita avrebbe significato dare un'impronta diversa, dinamica e incisiva alla storia, sviluppandola in maniera più accattivante e interessante, dando spunti di riflessione seri e importanti, come ad esempio l'utilizzo e l'influenza dei social media nella vita quotidiana delle persone. Un tema attuale a cui tutti i lettori avrebbero potuto rispecchiarsi, aiutandoli a vedere con occhio diverso la nuova realtà virtuale. Putroppo l'autore non approfondisce nulla, lasciandosi scappare delle buone opportunità per inseguire altre tematiche interessanti e dimenticarsene dopo due secondi, inseguendone altre in una corsa inutile e superficiale.
Il testo è intriso di luoghi comuni e stereotipi che non ho gradito. Non capisco perchè si debba costruire una storia o i personaggi basandosi su stereotipi che non aggiungono nulla, al contrario rendono il libro approssimativo e banale, e in questo testo gli stereotipi si succedono a ogni pagina: il marines che deve essere per forza rappresentato come una persona traumatizzata, altrimenti come soldato non vale nulla; le donne o sono superficiali e dedite alla cura di se stesse oppure fredde, distaccate e un po' anaffettive. I bambini sono senza cervello che non hanno problemi a stare con estranei e il rapimento è vissuto come una vacanza a Disneyland. Le famiglie se sono ricche, automaticamente sono anche superficiali, leggere e poco attente ai figli, mentre se sono ad un livello sociale più basso allora possono avere comportamenti devianti.
Utilizzare stereotipi è sinonimo di chiusura mentale e non si può pensare di costruire un personaggio sulla base di questi presupposti, perché ne limita la costruzione psicologica e non risultano veri e rispondenti alla realtà. In questo thriller, infatti, manca completamente la parte psicologica di tutti i personaggi ed è un grave mancanza che incide sulla storia, perché non aiuta a comprendere i loro pensieri, l'elaborazione del dolore, le azioni e gli stati d'animo che stanno vivendo. È importante per il lettore, e per questo genere di libro, capire i meccanismi mentali che si attivano nei personaggi per avere un quadro completo ed esaustivo della storia, invece, ci ritroviamo persone inattendibili con pensieri contrastanti, come ad esempio la protagonista che risulta fredda, distaccata, antipatica, senza sentimenti e inverosimile nel suo ruolo di madre e donna.
Le situazioni descritte nel testo sono surreali e improbabili, ad esempio come si fa a rapire un bambino su una sedia a rotelle e nessuno vede nulla? Come si fa a non avere reazioni emotive tenendo tra le braccia una bambina che sta per morire? Come si fa a dormire beatamente con il cellulare scarico, sapendo che tua figlia è stata rapita e che l'unico mezzo di comunicazione con i rapitori è proprio il cellulare? Questi sono solo alcuni esempi di situazioni inverosimili e non aderenti alla reltà, che diventano sempre più surreali man mano che si procede nella lettura. Se nella prima parte del libro tutto avviene in maniera veloce, nella seconda parte gli avvenimenti rallentano e si cade nel ridicolo con un evolversi della storia che non ha senso. Il registro narrativo cambia completamente, sembra di leggere due storie completamente diverse. Due storie slegate con grossolani errori di traduzione, che sviano sul reale significato di alcune frasi e parole, compromettendo la lettura.
Peccato perché la storia era originale, ma l'autore non ha saputo sviluppare al meglio la trama, probabilmente avrebbe dovuto lasciare il testo come racconto, perché considerata la brevità  non avrebbe avuto problemi nel costruire una storia più reale e concreta. Scegliendo il  il romanzo, invece, ha dato l'idea di non sapere come muoversi, inserendo elementi e avvenimenti senza alcuna logica narrativa.
Un'occasione sprecata.
Ve lo consiglio? No, ma come sempre a voi la scelta.
Buona lettura!



(Marianna Di Bella)

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