giovedì 14 febbraio 2019

Recensione: "L'aroma nascosto del tè" - Jamie Ford

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Titolo: "L'aroma nascosto del tè"

Autore: Jamie Ford

Editore: Garzanti Libri




In una vecchia camera d'albergo, un uomo sta guardando fuori dalla finestra. Osserva distrattamente il viavai di persone che passano per strada, camminando l'uno accanto all'altro, sfiorandosi impercettibilmente. Vite e anime che si incrociano e scontrano per un tempo infinitamente piccolo. Ma l'uomo è distratto, perso nei suoi pensieri. Nel suo sguardo c'è un velo di malinconia che lo avvolge completamente, la sua mente è altrove, persa tra i problemi del presente e i ricordi del passato. Ricordi che riportano in superficie sensazioni, emozioni, sofferenze depositate in un angolo e lasciate lì, per troppo tempo.

A volte bisogna provare tristezza, provare dolore, per poterseli lasciare alle spalle e trovare pace.
Felicità. Tristezza. Finiscono entrambe come tutto il resto.”
(citazione tratta dal testo)

L'uomo è Ernest Young, ha 64 anni e da più di quarant'anni, ama la sua forte, fiera e indipendente Gracie, sua moglie. La donna purtroppo non ricorda più nulla di sé e della sua vita, una malattia le ha inesorabilmente intaccato i suoi ricordi, facendola vivere in un limbo da cui Ernest non sa come farla riemergere. Stare lontano da lei è insopportabile, ma non essere riconosciuto dalla donna che si ama è un dolore straziante, a cui non ci si abitua mai. Pensare a sua moglie, lo porta inevitabilmente a ripensare alla loro vita insieme, ai ricordi condivisi e quando si riportano alla luce i ricordi e si lascia aperto uno spiraglio, ecco che il passato arriva prepotentemente, pretendendo la massima attenzione. Così i suoi pensieri tornano alla sua infanzia, a un lungo viaggio in nave che lo porta negli Stati Uniti e al suo vero nome Yung Kun-ai.
La stanza dei ricordi si è completamente aperta e piano piano fuoriescono momenti tragici, intensi emozionanti che hanno influenzato la sua vita. L'arrivo in una terra straniera, un viaggio in nave insieme ad altri bambini, il suo sentirsi costantemente emarginato e mai padrone di se stesso, gli anni trascorsi tra college e riformatori, l'amore per Fahn, la bambina che condividerà con lui il viaggio sulla nave, il dolore e l'essere diversi.
Tanti ricordi che come tessere di un mosaico andranno a trovare il loro posticino per dare forma e sostanza al romanzo. Jamie Ford ha preso queste tessere e piano piano ha iniziato a scrivere e raccontare una nuova storia. Anche in questo romanzo si è basato su fatti veri e spesso poco conosciuti, incastonandoli all'interno di una storia dal sapore malinconico. Questa volta ha portato alla luce diverse tematiche, come ad esempio le due esposizioni universali avvenute a Seattle negli anni 1909 e 1962, la vendita di bambini, donne e ragazzi, le case di tolleranza, il proibizionismo, l'emarginazione, il sentirsi diversi, e non essere padroni di decidere per la propria vita. Tutte tematiche interessanti e coinvolgenti che però inserite all'interno del romanzo non mi hanno convinta. Mi piace la scrittura di Jamie Ford, sempre pulita, delicata, e mai sopra le righe nell'affrontare alcune situazioni. Ho apprezzato i salti temporali, gestiti in maniera coerente al procedere della trama, con quel piccolo mistero sulla figura del primo amore che incuriosisce il lettore, ma...eh sì c'è un grande ma ad attendervi...il libro non mi ha lasciato nulla. Nessuna emozione, nessuna empatia con i personaggi, che per la maggior parte del tempo ho trovato insopportabili e noiosi. Un romanzo che ho fatico a leggere perché il mio coinvolgimento era inesistente.
Ho riflettuto molto su questa mancanza di empatia verso il romanzo e i personaggi, perché di solito, cerco sempre di capire le motivazioni che spingono una persona a prendere determinate decisioni, a capirne il carattere, le scelte ma questa volta non ci sono riuscita e rifiutavo continuamente i personaggi, soprattutto la caparbietà di Fahn e la piattezza e passività di Ernest, mai un momento di rabbia o di ribellione considerata la sua infanzia e adolescenza. E poi ho compreso cosa non mi convinceva del tutto nel romanzo, individuando quella piccola nota stonata che non riuscivo a capire da dove provenisse.
Nella seconda parte del romanzo vengono toccate tematiche forti, come ad esempio le case di tolleranza, la prostituzione, la condizione delle donne vendute come pezzi di carne per soddisfare i piaceri e desideri degli uomini, e a parlarne è Ernest, protagonista del romanzo. Una voce piatta, ma soprattutto, è il punto di vista maschile che, seppure dalla parte delle donne, non è incisivo e non regala le emozioni e le sensazioni che esse vivono. Non può descrivere lui il senso di umiliazione, dolore e sofferenza che prova una donna, perché o quelle sensazioni si vivono sulla propria pelle e allora si è in grado di parlarne con cognizione di causa, altrimenti si rischia di affrontare il tema in maniera superficiale e stereotipata. E il personaggio di Ernest, purtroppo, l'ho trovato piatto e superficiale. Una voce che anche quando racconta degli avvenimenti tragici della sua vita privata, sembra sempre che stia descrivendo una normale e tranquilla giornata. Nessuna reazione emotiva sembra scuoterlo. Ed è proprio questo che mi ha lasciata perplessa e infastidita dalla lettura del romanzo.

Non aveva mai avuto la possibilità di scegliere niente, da come si vestiva a quello che mangiava: fino a quel momento aveva passato la vita seguendo l'onda incerta dei desideri e delle aspettative di altri.”
(citazione tratta dal testo)

Naturalmente questo è il mio parere personale e, come sempre, lascio a voi decidere se leggere o meno il testo, perché è importante ricordare e sottolineare che i gusti sono diversi e fortunatamente la lettura ci regala la possibilità di scegliere tra milioni di libri.
Buona lettura!!


(Marianna Di Bella)

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