lunedì 2 dicembre 2019

Recensione: "La lettera perduta di Auschwitz" - Anna Ellory

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Titolo: "La lettera perduta di Auschwitz"

Titolo Originale: "The Rabbit Girls"

Autrice: Anna Ellory

Editore: Newton Compton Editori




Germania, 1989.
È una fredda giornata di dicembre ed è trascorso quasi un mese dalla caduta del muro di Berlino. L'atmosfera è satura di euforia, molte famiglie si riuniscono, finalmente, dopo anni di separazione e lontananza forzata. Vecchie ferite si riaprono e altrettante si rimarginano. Solo una donna sembra indifferente a tutto questo, per lei non ha molta importanza ciò che sta accadendo nel suo paese, è impegnata a pulire, accudire e guardarsi le spalle.
La donna è Miriam Voight e da poco più di un mese si sta prendendo cura del padre Henryk Winter, gravemente malato. L'uomo è stato colpito da un grave ictus, ritenuto dai medici inoperabile, e ora vive imprigionato in un corpo inerme che non risponde ai più semplici stimoli o reazioni, lottando tra la vita e la morte. L'uomo resiste, c'è qualcosa che lo tiene in vita, il ricordo di una persona che ha amato profondamente: Frieda.
Pensare alla donna è fonte di dolore, perché? Chi è Frieda?

“Ma io sono perduto.
Perduto nel passato.
Perduto con Frieda...”
(citazione tratta dal testo)

La donna è un mistero anche per la figlia, non sa nulla di lei, per questo si meraviglia quando il padre la chiama con quel nome. In realtà, ci sono molte cose di cui non è a conoscenza e che scoprirà casualmente, come i numeri tatuati sul polso del padre e nascosti sotto l'orologio. Suo padre è stato in un campo di concentramento? Perché? La loro famiglia non è di religione ebraica e allora perché quei numeri? Cosa nasconde il passato del padre? La curiosità ha il sopravvento e Miriam inizia a cercare in casa informazioni che possano aiutarla a capire, così, rovistando in un armadio trova una vecchia divisa, a chi appartiene? Toccando la veste si rende conto che tra le cuciture delle tasche, del colletto, del corpetto e della cintura sono nascosti dei piccoli foglietti ripiegati su se stessi. Foglietti che si riveleranno essere delle lettere, scritte in francese e tedesco. Chi le ha scritte? Sua madre? Frieda?

“Molti pregano, io non riesco a trovare un altro modo di continuare a vivere, non posso conservare la mia identità senza scrivere, quindi premo la mia matita ferma e forte. Per lassciare un segno sulla carta, per lasciare un corpo in vita.”
(citazione tratta dal testo)

Un segreto celato nell'anima del padre e tra le righe di quei fogli che per oltre quarant'anni hanno custodito risposte e verità dolorose. Ma anche Miriam nasconde qualcosa di altrettanto doloroso e tragico che la porta a guardarsi costantemente le spalle e a farsi deliberatamente del male pur di non sentire la paura che la soffoca e non la fa respirare. Così, tra passato e presente, e tra una lettera e l'altra, entreremo all'interno di una storia ricca di segreti, verità mai svelate, atrocità, sofferenze e sopravvivenza. Scopriremo l'amore di Henryk per Frieda, conosciuta durante il suo periodo di insegnamento all'università sotto il regime nazista, la loro storia extraconiugale, la verità svelata a Emilie, moglie di Henryk ecc.
Dopo il licenziamento e la cacciata dall'università, l'uomo è costretto a nascondersi per non essere arrestato dalle SS, ma l'amore per la ragazza lo spinge a uscire dal suo nascondiglio per vederla e trascorrere qualche ora con lei, mettendo in pericolo non solo se stesso ma anche la moglie e Frieda. Infatti, i due amanti verranno arrestati e trasferiti in un campo di concentramento. Dove? Cosa succederà a Henryk e Frieda?
Attraverso le lettere ritrovate nella divisa, scopriremo la difficile situazione di Frieda all'interno del lager di Ravensbrück dove venivano rinchiuse donne emarginate, zingare, sovversive, ribelli ecc. Le condizioni di vita erano disumane e volte a spezzare la loro identità, annientandole, non solo fisicamente ma anche psicologicamente e umanamente, azzerando la loro persona. Ma ciò che emergerà da questo posto, saranno le figure delle “donne coniglio”, donne prese e portate in sala operatoria per essere sottoposte, senza alcun consenso, a interventi chirurgici per esperimenti scientifici. Molte di loro sono morte sui tavoli operatori o per le infezioni; donne la cui vita non valeva nulla se non in termini di esperimenti disumani.

“Siamo state ridotte alla fame, aggredite, rasate, picchiate e umiliate. Solo dopo essere stati trattati peggio del bestiame, ci rendiamo conto che siamo ancora vive...”
(citazione tratta dal testo)

Le lettere scritte dal lager custodiscono queste e molte altre verità dolorose e intense. Dei veri e propri pugni nello stomaco che lasciano senza fiato, esterrefatti di fronte alla brutalità e disumanità, ma anche con molti dubbi, perplessità e pensieri su cui riflettere seriamente.
Cosa si è disposti a fare per la propria libertà e sopravvivenza? Si farebbe di tutto, anche cose amorali e disumane a scapito di un altro essere umano. Una condizione difficile da comprendere e che non si può giudicare se non si è vissuto in quel clima di orrore, infatti, molti sopravvissuti non ne parlano perché non voglio essere giudicati da chi non sa capire.

«Gli esseri umani hanno davvero trattato così dei loro simili”»
«È il motivo per cui tante storie si sono perse. Chi le ha vissute non trova le parole e chi gli è vicino non vuole sentire. Le parole hanno molto più potere di quanto crediamo.
(…)
Anche le parole più buie troveranno la luce.»
(citazione tratta dal testo)

Le lettere sono la parte più bella ed emozionante del romanzo, quelle che mi hanno tenuta letteralmente incollata al testo e non mi hanno permesso di abbandonare il libro. Ebbene sì, la mia reazione alla lettura dei primi capitoli è stata di voler accantonare il romanzo e difficilmente lascio un testo, ma questo l'ho trovato confusionario e poco appassionante, ad eccezione di alcune parti. L'inizio è lento e difficile da comprendere perché Miriam, la protagonista, salta tra un ricordo e l'altro senza un'apparente logica o una specifica spiegazione creando confusione.
Il libro è strutturato in capitoli che si alternano tra le due voci narranti: Miriam e Henryk. Nei capitoli dedicati a Miriam veniamo a conoscenza della sua infanzia, della scoperta delle lettere, del suo presente e della sua vita di vittima delle molestie e della violenza del marito, che l'ha resa succube, espropriandola della propria identità e libertà facendole subire le peggiori sofferenze e atrocità. Mentre, nei capitoli dedicati al padre conosciamo parte della storia e dell'incontro con Frieda. Purtroppo le storie dei due protagonisti non hanno la stessa forza e intensità narrativa rispetto alle lettere. Non c'è una narrazione lineare che permette di comprendere le varie storie e la loro successione temporale. Appare tutto confusionario, saltando da un ricordo e all'altro in momenti storici diversi destabilizzando il lettore e complicando la comprensione di determinati avvenimenti. In questo modo la lettura risulta poco fluida, difficile e per quanto mi riguarda non sono riuscita a creare un rapporto empatico forte e intenso con i due protagonisti, fino alla scoperta delle lettere. Leggerle è stata un'esperienza forte, intensa, altamente riflessiva e dolorosa. La narrazione e lo stile cambiano totalmente, perché tutto diventa più definito, vero, incisivo. È la parte che ho amato di più del romanzo e che porterò sempre con me, una parte di storia da leggere, scoprire e custodire.
La storia d'amore tra Henryk e Frieda non mi ha emozionata, l'ho trovata superficiale e ho sempre avuto la sensazione che molte cose non siano stata affrontate e spiegate in maniera chiara e definita. Alcuni avvenimenti avevano bisogno di essere trattati con più calma, spiegando bene alcuni passaggi e reazioni emotive come ad esempio il motivo dell'arresto e del licenziamento, oppure la reazione di Emilie quando l'uomo le svela la relazione con Frieda. Non ho amato in maniera particolare nessuno dei protagonisti, ad eccezione delle donne coniglio. Miriam che è la protagonista e che aveva tutti i presupposti per attirare la mia attenzione, attraverso una storia drammatica e atroce, mi ha lasciata indifferente. La sua disperazione e sofferenza non sono riuscite ad emergere e creare un rapporto empatico con la mia parte emotiva e allo stesso tempo non ho apprezzato la figura del padre che l'ho trovato passivo, poco incisivo, soprattutto, nella sua scelta egoista di tenere in piedi sia il matrimonio che la relazione con la ragazza, mettendo in pericolo le due donne.
Forse narrato in maniera diversa il romanzo avrebbe reso di più, ed è un peccato perché le lettere le ho trovate emotivamente intense ed emozionanti. Peccato.
Questo, naturalmente è solo il mio modesto parere, e come sempre lascio a voi la scelta di leggere o meno il testo.
Buona lettura!!



(Marianna Di Bella)



Prodotto fornito dalla casa editrice Newton Compton Editori

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