lunedì 17 luglio 2017

Recensione:"Al posto del dolore" - Ilva Sartini

Titolo: "Al posto del dolore"
Autrice: Ilva Sartini
Editore: Affinità Elettive Edizioni

 
Pesaro. Un maestoso complesso si erge davanti a noi. È l'ex ospedale psichiatrico “San Benedetto”. Si accede al suo interno da un cancello chiuso a chiave. Davanti a questo cancello c'è una ragazza, sta aspettando che arrivi il custode dell'edificio per poter entrare e ispezionare il posto.
Nell'attesa vi presento la ragazza. Lei è Elisabetta, ha 30 anni è felicemente fidanzata ed è laureata in architettura da diversi anni. Purtroppo la ricerca del lavoro risulta più difficile di quello che pensava; ha seguito corsi, master, ha partecipato a concorsi, ma gli unici lavori che è riuscita a trovare sono sottopagati e a tempo. Naturalmente in queste condizioni, non può acquisire quell'indipendenza economica a cui tutti i giovani aspirano. Non può fare progetti, pianificare il suo futuro o convivere, finalmente, con il suo fidanzato.
È sfiduciata e negli ultimi tempi sta pensando di lasciare l'Italia, per cercare lavoro all'estero. Andare via per lei è una sconfitta, perché crede nel suo paese e ha sempre cercato di lottare per ridare forza, vitalità e futuro alla sua cittadina; ma il suo ottimismo, sta soccombendo ai mille ostacoli che sta incontrando sul suo cammino. Le è rimasta un'ultima possibilità, partecipare al concorso di idee indetto dal comune per migliorare e riqualificare il San Benedetto.
Ecco perché è li davanti a quell'edificio in attesa del custode, deve ispezionare il posto per riflettere su migliorie e progetti da realizzare. Oltrepassare quel cancello, ora più che mai, rappresenta per lei varcare il confine tra i sogni e la realtà, tra il suo futuro in Italia o in un altro paese, tra chi era e chi sarà nelle prossime settimane.
Ecco il custode, vi va di visitare questo immenso edificio e accompagnare Elisabetta durante la trama di questo testo? Anche voi ne uscirete diversi...sicuramente migliori.
L'edificio è immenso e abbandonato all'incuria e alle ferite inferte dal tempo che scorre. A terra ci sono segni di calcinaccio, le scale sono polverose, le stanze umide e i muri scrostati. L'edificio ospita quattro cortili, un immenso e bellissimo giardino, tantissimi corridoi e innumerevoli stanze. Stanze che ospitavano gli uffici amministrativi, il refettorio, i laboratori artigianali, le camere dei pazienti, il salone dedicato ai momenti collettivi dei ricoverati, il reparto delle “agitate”.
Un luogo di dolore, sofferenza e disperazione. Tra le mura aleggiano ancora le voci e le sofferenze di chi ha vissuto anni in questo posto, subendo cure pesanti a volte anche mortali. Sì perché purtroppo molte persone, lungo quei corridoi e nelle stanze, hanno incontrato la morte.
In una di queste camere, Elisabetta trova alcune cartelle cliniche, perse durante vari traslochi, incuriosita si ferma a guardare e leggere, scoprendo storie di ricoverati. Da una di queste cartelle, cade una piccola foto che ritrae una giovanissima ragazza.
Chi è? Perché è stata ricoverata così giovane? Perché Elisabetta è subito incuriosita dalla sua immagine?
La ragazzina è Angela, ricoverata all'ospedale psichiatrico nel 1949 a soli 14 anni. La causa del ricovero è da imputare a un calcio in testa, infertole da una mucca mentre aiutava i fratelli durante i lavori nei campi. Il calcio le ha provocato allucinazioni, incubi, stati di isolamento, a volte anche apatia.
Una ragazzina dolce, sensibile forse anche troppo che malauguratamente ha vissuto la sua infanzia durante la seconda guerra mondiale, assistendo a violenze e uccisioni.
Una bambina che in tempo di guerra ha visto la sua casa occupata dai tedeschi, ha dovuto convivere con loro, assistendo a violenze, bombardamenti, sfollamenti e torture. Ha ascoltato storie di immane violenza ed efferati omicidi, il suo mondo era popolato da morte e disperazione e non da favole e gioia di vivere come dovrebbe essere per ogni bambino.
Troppo per una bambina sensibile, troppo per chiunque abbia vissuto in quegli anni.
Angela inizia ad avere incubi terrificanti, estraniandosi e perdendo vitalità già prima del calcio della mucca che non fa altro che riacutizzare quegli effetti.
Cosa è accaduto realmente ad Angela? Soffre di schizofrenia come dicono i medici? Cosa nasconde e protegge la sua mente? Cosa lega Angela ed Elisabetta? Solo l'ospedale?
Io vi lascio qui e non aggiungo altro, ma tranquilli, il vostro viaggio all'interno di questo bellissimo libro non finisce qui...continua, ma proseguirete da soli, leggendo il testo con calma e attenzione. Faccio un passo indietro per permettervi di scoprire da soli questa storia straordinaria; per trovare la giusta concentrazione che serve per non perdere neanche una virgola della trama. Molte saranno le cose da leggere e scoprire, ma soprattutto molti saranno gli stati d'animo che affronterete durante la lettura: rabbia, dolore, sconcerto, frustrazione, malinconia, tristezza, speranza.
Un libro che colpisce l'animo del lettore con episodi storici forti e drammatici.
Un libro che ci apre le porte degli ospedali psichiatrici, facendoci conoscere storie di uomini e sopratutto donne ricoverate subito dopo la fine del conflitto mondiale.
Donne che durante la guerra hanno subito violenza fisica e piscologica. Donne che invece di essere aiute e sostenute in un momento particolare della loro vita, venivano beffate e umiliate dalla famiglia, ma soprattutto dall'ignoranza e dalla morale dell'epoca.
Un testo bello, intenso, profondo e doloroso.
Un libro che cattura il lettore e non lo lascia andare fino ad arrivare all'ultima pagina. Chiudendo il libro, vi renderete conto che varcare il cancello dell'ospedale psichiatrico, ha segnato un cambiamento, non si è più le stesse persone che hanno iniziato la lettura e la consapevolezza del passato è più forte.
Non si può cambiare ciò che è avvenuto, ma possiamo fare in modo che il passato diventi fonte di insegnamento per noi stessi e per la società in cui viviamo.
Non dimentichiamo il passato, chi ha sofferto e chi è morto.
Riflettiamo.
Ricordiamo.
Buona lettura!


(Marianna Di Bella)

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