venerdì 31 maggio 2024

Recensione: "Il ristorante dell'amore ritrovato" - Ito Ogawa

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Titolo: Il ristorante dell'amore ritrovato

Titolo Originale: Shokudô Katatsmuri

Autrice: Ito Ogawa

Editore: Neri Pozza




Buongiorno lettori,

per parlare di questo libro occorre fare un piccolo viaggio e trasferirci in Giappone.

Dobbiamo andare a Tokyo, cercare un appartamento in particolare e aspettare che Ringo, la protagonista di questo romanzo, torni a casa dal lavoro. Al rientro, purtroppo, avrà una brutta sorpresa, l'appartamento è stato completamente svuotato. No, non sono stati i ladri, ma il compagno che, stanco di stare con lei, decide di lasciarla senza alcuna spiegazione portandosi via tutto, anche i sofisticati utensili da cucina che la ragazza aveva comprato con i suoi risparmi. Ringo ama profondamente cucinare, una passione che le è nata grazie alla nonna materna che, oltre ad averla accolta e cresciuta, le ha insegnato ad amare la cucina.

Aprire quella porta e vedere la propria vita sgretolarsi senza alcuna spiegazione è uno shock talmente forte che la voce la abbandona. Non riesce ad emettere alcun suono, come se tutto il dolore si fosse riversato e sfogato in quel modo.

Ringo non ha più nulla, materialmente, economicamente e affettivamente, così è costretta a tornare a casa dalla madre, nel villaggio dove è nata. Un posto da cui è scappata quando aveva 15 anni, per cercare se stessa e per allontanarsi da una madre con cui ha un pessimo rapporto.

Tornata a casa, la donna le fa subito capire che deve riprendere in mano la sua vita e contribuire economicamente all'andamento della casa.

Dopo i primi momenti di sconforto e sofferenza, Ringo ha l'idea di prendere in affitto il granaio adiacente alla casa familiare, e aprire un piccolo ristorante con un solo tavolo da servire. Un rifugio in cui dare sfogo alla sua creatività di cuoca, e un luogo in cui far sentire i clienti a proprio agio, creando un menù apposito per ognuno di loro.

Nasce, così, “Il Lumachino”, un ristorante che, inaspettatamente, acquisirà il magico potere di esaudire desideri e sogni d'amore I clienti che si avvicenderanno, rappresenteranno per Ringo, non solo un guadagno ma anche un insegnamento e una crescita emotiva e personale.

Cliente dopo cliente, storia dopo storia, la trama prende forma e vita regalandoci un romanzo dall'andamento tipicamente giapponese, senza particolari colpi di scena, ma con descrizioni ambientali belle e coinvolgenti. Non posso certo dire lo stesso della protagonista che, sinceramente, ho trovato piatta, noiosa e passiva. A parte perdere la voce, non ha reazioni particolari, non fa nulla per riprendere almeno le sue cose e non cerca un confronto diretto con la madre. Accetta e subisce tutto in maniera troppo passiva. Certo, durante la lettura, ho messo in considerazione le differenze culturali tra il Giappone e il mondo occidentale, in modo particolare il modo di relazionarsi, ma, in questo testo l'ho trovato troppo marcato.

Le descrizioni e la scrittura sono belle, eleganti e accattivanti ma il resto rimane piatto e poco coinvolgente. Per tutto il tempo della lettura ho sempre avvertito la sensazione di distacco e freddezza. L'autrice, infatti, non si sofferma sulle emozioni dei clienti o sui pensieri profondi e intimi di Ringo, impedendo, in questo modo, di creare un contatto empatico tra il lettore e i personaggi del libro.

Ma c'è una cosa che più di tutto ho trovato fastidioso, le innumerevoli pagine dedicate alle descrizioni dei piatti e della loro preparazione e, in particolare, quelle incentrate sulla descrizione della macellazione del maiale. Non aggiungono nulla alla trama e non sono fondamentali per il proseguo della storia. Sinceramente ne avrei fatto a meno.

Peccato.

Come sempre a voi la scelta se leggerlo o meno.

Buona lettura.



Marianna Di Bella

lunedì 27 maggio 2024

Recensione: "L'albero delle albicocche" - Beate Teresa Hanika

 

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Titolo: L'albero delle albicocche

Titolo Originale: Das Marillenmädchen

Autrice: Beate Teresa Hanika

Editore: Piemme




Buongiorno lettori,

oggi vorrei condividere con voi una lettura che, purtroppo, mi ha molto delusa.

Vi è mai capitato di andare in biblioteca o in libreria, vedere un libro ed esserne immediatamente attratti? Leggete la quarta di copertina e capite subito che quel libro vi intriga e senza pensarci due volte lo prendete, per poi rivelarsi un romanzo al di sotto delle vostre aspettative?

Ecco, questo è il mio caso e il libro in questione è “L'albero delle albicocche” di Beate Teresa Hanika.

La storia è ambientata a Vienna, in una casa al cui interno, precisamente nel cortile, troneggia un bellissimo albero di albicocche, utilizzato, negli anni, non solo come luogo di riposo dove trascorrere lunghi pomeriggi di lettura e divertimento, ma anche per realizzare delle ottime marmellate grazie ai frutti che venivano raccolti dagli abitanti della casa.

Negli anni l'abitazione si è andata spopolando e l'unica persona ad esservi rimasta è un'anziana signora: Elisabetta Shapiro.

La donna per vivere e guadagnare qualcosa è costretta ad affittare alcune stanze a ragazze e studentesse. L'ultima affittuaria è Pola, una ballerina al Wiener Staatsballett, e non piace alla padrona di casa. Perché? Questo lo scopriremo andando avanti nella lettura, ciò che dovremmo sapere è che l'anziana donna ha alle spalle un passato drammatico e, nei momenti di solitudine, parla con le sorelle, nulla di strano se non fossero morte durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale. Cosa è accaduto? Come sono morte?

Tra salti temporali e chiacchierate si scoprirà che Elisabetta e la sua famiglia erano ebrei e che furono presi dalle SS. Purtroppo in quegli anni, molte persone facevano la spia ai nazisti, svelando la presenza di ebrei che vivevano in città, nel loro quartiere o come vicini di casa. Nessuno veniva risparmiato o graziato, nemmeno la famiglia Shapiro che venne presa e deportata, ad eccezione di Elisabetta che riuscì a fuggire.

Dove poteva scappare una ragazzina, da sola e senza soldi? Da nessuna parte, se non nel luogo che per lei rappresentava la sicurezza: la sua casa.

La nostra protagonista decide, così, di tornare indietro, nascondersi in casa e aspettare il ritorno dei genitori e delle sorelle. Anni di attesa in cui è costretta a convivere con il dolore per la perdita della famiglia e con i fantasmi delle sorelle e del loro passato. Chi erano? Cosa sognavano? È ciò che ci chiediamo ancora oggi pensando alle milioni di vite che sono state uccise con disprezzo e senza pietà dal regime nazista. Milioni di storie. Milioni di sogni. Milioni di esseri umani.

Cosa c'entra Pola in questa storia? Chi è e cosa nasconde?

La ragazza non è una semplice affittuaria, perché conosce molte cose del passato della donna, come ad esempio di Rachel, la sorella di Elisabetta. Perché? Come fa a sapere tutti quei particolari?

Un enigma che si svelerà con il proseguimento della lettura, io mi fermerò con il racconto perché altrimenti rischio di svelare troppo del romanzo e dei suoi segreti. Ciò che posso dire è che, nonostante la splendida copertina, una trama interessante con elementi apparentemente emozionanti, la lettura si è rivelata deludente.

Il romanzo l'ho trovato lento, confusionario e approssimativo. La trama è intrisa di sottintesi che, purtroppo, non vengono spiegati, anzi dobbiamo essere noi lettori a dover immaginare e intuire alcuni passaggi a volte cruciali per la comprensione della storia. Alcune cose vengono spiegate, ma in maniera superficiale e approssimativa, tanto da lasciarmi spesso confusa e frustrata perché avrei gradito una spiegazione in più che mi aiutasse a comprendere meglio non solo il contesto, ma anche tutta la trama e i personaggi coinvolti.

Le voci narranti sono due: Elisabetta e Pola. Voci che si alternano nella narrazione in capitoli diversi, fin qui nulla di strano, considerato che molti autori utilizzano questo metodo per far conoscere la storia da diversi punti di vista e per comprendere meglio i comportamenti e i pensieri dei personaggi. Ciò che mi ha infastidita è che i capitoli in cui è protagonista Elisabetta sono narrati in prima persona, mentre quelli dedicati a Pola sono narrati, invece. in terza persona. Questo mi ha destabilizzata e reso la lettura ostica e poco fluida.

Altro particolare che non ho gradito, sono stati i continui salti temporali presenti all'interno dello stesso capitolo e nella stessa pagina, tanto da creare confusione nella fluidità della narrazione e nel riuscire a comprendere chi stesse parlando e con chi, in quale epoca e periodo. Questo continuo saltare tra passato e presente reca con sé una serie di avvenimenti che si intrecciano tra di loro senza una connessione logica, temporale e narrativa.

Per tutta la durata della lettura ho avuto sempre la sensazione che la trama fosse un grande puzzle da ricostruire, composto da pezzi creati male, spesso non coincidenti tra di loro, rivelando, alla fine, una storia imprecisa, confusionaria, non coinvolgente, fredda e distaccata, infatti, non sono mai riuscita a creare un legame empatico con le protagoniste e con le loro vicende personali.

Peccato perché la trama e gli elementi emozionanti per creare una bella storia c'erano tutti ma, all'atto pratico, per me non ha funzionato e l'ho trovato molto deludente.

Naturalmente questo è solamente il mio parere personale. Come sempre lascio a voi la scelta se leggerlo o meno.

Buona lettura!!



Marianna Di Bella